PAOLO LEVI

Le opere di Antonio Sgarbossa sono improntate a un realismo meticoloso e di esatta definizione

che non lascia spazio alla presa d’atto di una realtà oggettiva.
L’artista stende l’olio sulla tavola con sorprendente perizia, ricrea fedelmente i giochi e i contrasti della luce naturale ,che sfiora persone e prospetti architettonici illuminandone l’intrinseca armonia.
Sgarbossa accosta i pigmenti senza eccedere nei toni, lasciando che il quadro racconti dialoghi muti in una dimensione narrativa che non trascende mai nelle allusività dell’iperrealismo.
Pone quindi l’osservatore di fronte a situazioni di assoluta riconoscibilità, dove l’attenzione ai particolari, alle posture e alle ombre conferisce spessore psicologico al racconto visivo.

Paolo Levi

Vittorio Sgarbi afferma che per essere d’arte , un’opera deve offrirci una percezione inedita della realtà.

Mallarmè ha azzardato una definizione “è l’altra faccia della luna”, Antonio Sgarbossa lo ha capito. Noi cerchiamo nell’arte qualcosa che sia al di là del semsibile , al di là della visione fenomenica, quasi un rispecchiamento di noi stessi.
Ecco i dipinti di Sgarbossa che ci invita a vedere oltre, carichi di suggestioni , dolcissimi nell’armonia cromatica, con estro nei tagli d’immagini ,sempre in movimento, pronto a catturarci fino in fondo e farci sognare.
Sgarbossa ( e ben lo si capisce ) viene da un lungo magistero pittorico.
Ha dipinto recentemente ,quadri dalle stesure finissime con inserti di parvenze originali con svariati e diversi soggetti.
Noi vediamo ma anche stravediamo, nel senso che entriamo dentro il meccanismo mobile del quadro lasciandoci trasportare dalle nostre sensazioni : finche il quadro diventa “ nostro” specchio della nostra cultura, della nostra sensibilità , del nostro modo di interpretare il mondo d’oggi .
Vale osservare a fondo le sue opere : gustarne la suggestiva magia che da esse promana…chissà: potrebbe essere proprio l’atra faccia della luna che noi da sempre agognato di vedere.

Paolo Rizzi

PAOLO RIZZI
ENZO SANTESE

RITMI DI SPAZIALITÀ

Il percorso individuale di un artista vive su momenti di linearità e attimi di problematica riflessione, qualche volta dettata dall’urgenza avvertita intensamente con forte spinta alla coerenza col proprio dettato interiore e risposta immediata ai suoi segnali. Nella verosimiglianza dei suoi personaggi ,Antonio Sgarbossa rivela la tensione primaria alla verità, intesa come affermazione della sensibilità di fronte alle cose , alle persone, alle vicende che vede. Nella sua poetica , realtà e simbolo ,illusione e metafora si compenetrano a volte fino a sovrapporsi in un unico approdo significante : bellezza e gioventù, armonia e ritmo , attenzione ai gesti più semplici rivelatori degli slanci più interni, pose che reclamano uno sviluppo articolare immediato, l’attesa vissuta come preludio di eventi sconosciuti, la danza quale energia liberatoria nell’incontro di due interpretazioni dello spazio-tempo della musica.

La dimensione onirica e introspettiva dell’opera ha avuto un’ulteriore dilatazione nella più recente fase della sua pittura, dove la donna è centro motore e perno ispiratore di ogni avventura della fantasia, a cui è invitato anche il fruitore. Il quadro è una porzione di teatro, dove la protagonista (talvolta ritratta con il partner) esprime nel silenzio della scena l’eloquenza del sé, affida alle articolazioni della sua fisicità, connessa con gli effetti di un punto luce variabile. In tale ambito il luogo di contenimento della sequenza è qualcosa di indefinito che può suggerire l’idea di un campo lunghissimo, dove i limiti svaporano nella penombra oppure un paesaggio immaginato per bilanciare il rapporto tra l’indistinto e il definito.

Enzo Santese

Il sole dentro

Sgarbossa concepisce la sua pittura come un’autentica compenetrazione del momento in cui, nel silenzio della scena, la luce del sole svela gli intimi segreti delle passioni e degli stati interiori privatissimi. Le sue celebri ballerine, rappresentate in un’intensità di chiaroscuro di notevole effetto, offrono la meravigliosa contemplazione della forma del corpo e la sua delicata grazia che si manifesta attraverso la padronanza di un’arte – in questo caso la danza – che è linguaggio ontologico ed espressione seducente . Il fascino incomparabile dei quadri di questo pittore attento e sensibile sono spesso trasferiti dalle figure umane viste in scorci di vita quotidiana a quei pomeriggi solitari e tranquilli in cui l’assenza dell’uomo lascia il posto alle biciclette diligentemente parcheggiate in città o alle architetture dignitose del centro storico. Sgarbossa è sempre attento, sempre impegnato e coinvolgente. Il suo caldo, iperrealismo è poesia dipinta, una dimensione del cuore in cui nelle giornate di sole si svela lo squisito nettare della Vita.

Giancarlo Bonomo

VUOTI DI MEMORIE

Quando, per la prima volta di fronte al lavoro di artisti a noi sconosciuti ,avvertiamo la necessità di tornare a definire il significato della parola arte, inevitabilmente gli orizzonti di quel termine si estendono sino ad identificarsi con il senso della vita.
Espressione libera del sentire, l’arte è oggi rappresentazione e, allo stesso tempo, fonte di energia vitale per chi con essa si rapporta e così ,al pari della quotidianità, ponendoci ogni volta di fronte a manifestazioni nuove, induce emozioni e riflessioni sempre diverse.

E’ ciò che accade imbattendosi nell’opera di Antonio Sgarbossa ,pittore raffinato che ben coniuga una certa visione oggettiva, fotografica, con una rivisitazione intimistica del mondo che lo circonda.
Se il mondo femminile, da lui lungamente rappresentato, esalta l’assoluta padronanza del mestiere, per una certa indeterminatezza, per quello scorrere lento del tempo e per la loro estraneità all’azione concreta, sono le atmosfere rarefatte e polverose, oggetto di questa esposizione romana, a coinvolgerci massimamente .

Sono queste opere /contenitori ideali per pensieri lungamente covati e bisognosi di sosta.
Generate da una notevole ricchezza interiore e da evidente maestria pittorica esse hanno il potere magico di catturare e risvegliare, attraverso il ricorso a tagli prospettici di particolare fascino e ad una sapiente gestione della luce, quelle sensibilità presenti anche nell’osservatore meno attento.
Espressione di un tempo cui sembra essere stato sottratto il presente, gli scenari silenti di Sgarbossa ci si offrono pronti ad albergare mille storie inespresse del passato, memoria latente di vite comuni.
Rappresentazione di un’esistenza scandita da pieni e vuoti i luoghi ritratti appaiono connotati da tracce che lasciano ad altri il compito della narrazione.
Scenari “vuoti di memorie” attendono a parete chi abbia da raccontare.

Giuseppe Salerno

PITTURA DELLA LUCE

Amo definire la pittura della luce di A. Sgarbossa, come pittura della luce.
Una intensa fonte luminosa, avvolge in giusta misura ciò che l’artista vuol fare risaltare.
Oggetti, strade, arredamenti d’interni, parti della figura, sono evidenziati, catturati da una luce più o meno intensa, talvolta così soffusa da emanare un velato lirismo, altre volte violenta, ma calda come il sole dell’estate, altre volte ancora come nei paesaggi notturni, può assumere valenze misteriose, quasi inquietanti.
Il genere figurativo, entro il quale le opere di Sgarbossa sono collocabili, è di estrema attualità, aderente b alla realtà contingente che ci circonda, attento a cogliere dettagli- sia d’interni che d’esterni – che potrebbero sfuggire ad uno sguardo frettoloso.
Egli ritrae la nostra società, la gente di strada, la solitudine metropolitana, i mercati, i viali della città, proposti anche nel brulicare nascosto dalla vita notturna.
La stesura del colore è tiratissima, senza sbavature alcuna; egli adopera l’olio su tavola di legno.
La concretezza dell’immagine lascia spazio a trasparenze che configurano un sottile mistero al significato del quadro stesso.
Le sue sono immagini capaci di suscitare emozioni, ricordi; sono immagini che invitano a recuperare i caldi affetti domestici, una memoria storica, di cose ed abitudini andate perdute, ma anche personale, di chi ha vissuto in un contesto più umano ed autentico.
Ma le sue opere sanno anche stupire, proprio per il loro taglio originale, talvolta inusuale.
L’abilità di sgarbossa sta proprio qui: egli, pur restando aderente all’essenza figurativa della rappresentazione, tuttavia ce la propone in chiave di lettura moderna, attuale.
I suoi moduli espressivi enucleano una continuità con la grande tradizione figurativa dell’arte Italiana, in una cifra espressiva del tutto personale.

Piera Piazza

Emozioni

Sul piano artistico ci siamo praticamente sgranati in progressiva evoluzione da descrizione di animali ed oggetti a luoghi e volti o figure umane con le loro caratteristiche personali, sociali, di rango, anche esplicitamente economico ( come nel caso dei coniugi Arnolfini ); nel frattempo si proiettavano in tutte queste produzioni pure stati d’animo dell’artista che sono poi da leggere o decifrare nell’opera rappresentata.
Con l’evento della fotografia si dissolve il rapporto tra la cosa decritta e l’emozione connessa ,salta pertanto l’intreccio con il concreto raffigurato; nasce l’informale, il segno astratto, non figurativo, nasce cioè lo svincolo dal reale per far emergere e descrivere il slo stato d’animo del pittore, la sua interiorità sia emotiva che intellettuale.
Sgarbossa risponde e restaura l’antico rapporto con l’oggetto materiale, risponde perciò il ritratto fotografico dell’oggettivo ma recupera nello stesso tempo il lato più intimo e umano del dipinto e d sé, già indicato soltanto nel segno.
È anzi così preciso che ricorda quasi un’operazione calligrafica, direi perfino matematica, addirittura di armonie pitagoriche o di frattali in cui nel panorama più esteso si ritrovano le forme più minute ma simili o gemellari al quadro più grande, in un certo senso le forme minori sostanziano la visuale più ampia in un gioco di riflessi speculari, in un’altalena di superfici e riverberi per il ritrovare in ciascuna nicchia il pulsare dell’aria che la contiene.
Ed è quella che emblematicamente crea Sgarbossa, ad esempio nel ritratto di due cuccioli di Bracco i cui corpi opportunamente accostati, disegnano, delineano un cuore che idealmente li unisce e fa riemergere in noi i nostri stessi istinti cuccioli, i nostri stessi istinti più teneri, allo stato nascente appena nati, quelli più innocenti e spontanei di legame aurorale e carnale, affiorante come all’alba della nascita dell’acculturazione o della ragione; il Maestro diventa allora il signore dei simboli delicatamente nascosti e simultaneamente visibili nelle sincronie, nel gioco dei rimandi tra interno ed esterno, tra allusivo ed esplicito, nelle geografie della terra e in quelle segrete delle mappe interiori; in questa maniera nello studio dei contrassegni si svela manifesta ed occulta la filigrana dei sentimenti, nel loro dialogo a far ritrovare l’armonia nella complessità e, talvolta, contraddittorietà di noi stessi.
In sintesi, senza darlo a vedere, quell’accordo o consonanza di corrispondenze diventa evidentissimo incontro di pulsioni e pulsazioni a suggerirci il messaggio di base che sottolinea il cuore stesso dei nostri rapporti, il nostro bisogno di amare.

Cesare Pansini